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21° SHIN, GYŌ, SŌ

 

 

 

SHIN, GYŌ,

 

 

 

Fino alla fine dell'era Meiji, l'estetica giapponese utilizzava catalogare oggetti e situazioni basandosi su tre suddivisioni:

 

nome                                      aggettivi equivalenti, a seconda dei soggetti

shin = formale,                      lento, simmetrico, importante, solenne, imponente

sō    = informale,                   veloce, asimmetrico, “alla buona”, rilassato

gyō  = semi formale,             ciò che è situato fra i due estremi shin e sō

 

Questo sistema, di origine cinese e all`inizio applicato solo alla calligrafia, fu esteso già in Cina ma soprattutto in Giappone sia alle persone, al comportamento, all'abito indossato o al tipo di inchino o ad altro come la cerimonia del Tè, il tokonoma, la costruzione di giardini, l'ikebana, i disegni delle stoffe per i kimono e le arti marziali ( sia per gli stili che per gli oggetti usati come l'arco e la spada).

 

 

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periodo Edo, da un Trattato sulle "buone maniere":

inchino da seduti

 

 formale o SHIN

 

 

 

semi-formale  GYŌ

 

 

 

 

 

 

informale o SŌ

 2

 

 

 

 

  in piedi, inchino formale o SHIN

 

 

 

 

 

 Ad esempio un giardino shin è grande e pubblico, appartiene a un tempio o a una casa signorile mentre un giardino gyō ha contemporaneamente degli aspetti formali e informali come quelli delle case private mentre un giardino sō è quello esistente nelle case contadine.

 

 

Nella scrittura, shin corrisponde al nostro stampatello, sō al corsivo, più pratico e veloce, mentre gyō al semicorsivo.

Ad esempio:

 

il kanji DŌ = Via                                                                    Il kanji UTSUWA = vasellame      

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È evidente la difficoltà, se non si conoscono i corrispondenti shin di via e vasellame, di capire che i segni “astratti” sō, talmente “stilizzati”, indichino le stesse parole dei kanji shin.

 

Nelle scuole, ancora oggi, gli scolari imparano la grafia stile shin, usata da tutta la popolazione, lo stile gyō è usato da molti mentre la maggior parte dei giapponesi, se non ha seguito studi particolari, non sa leggere lo stile sō.

 

 

Nella Cerimonia del Tè , ad esempio, la scelta dei vasi per il Chabana:

 

° shin,        vasi di bronzo o cinesi o di porcellana

° gyō,         vasi di terracotta lucidi

° sō,           vasi di terracotta semi lucidi o opachi e cestini

 

I cestini di bambù contenenti i vegetali, sono a loro volta classificati:

° shin, a forma simmetrica con le “onde” delle liste di bambù precise ed elaborate

° gyō, a forma simmetrica ma con “onde” meno precise

° sō,  a forma irregolare con “onde” irregolari

 

le tavole su cui sono posati i contenitori sono pure classificate

°shin,        tavole laccate di nero con angoli o bordi squadrati

°gyō,         tavole laccate con bordi ed angoli smussati

° sō,          tavole di Paulonia o Cedro, lasciate al naturale

 

 

Da evidenziare il fatto che, in tutte quelle situazioni in cui questo sistema di catalogazione estetica è usato, occorre una coerenza fra tutti gli elementi usati:     nel caso dell'ikebana è importante la coerenza fra tipo di vegetale, contenitore, dai (tavola di legno) e la ragione o l'occasione per cui si esegue la composizione, vale a dire che tutto è o shin o gyō o sō e non si possono mescolare fra di loro elementi shin con elementi sō o gyō.

 

esempio di composizioni per la Cerimonia del Tè

shin, formale                                        gyō, semi-formale                             sō, informale

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Nella cerimonia del Tè, certi fiori sono ritenuti shin: ecco alcuni esempi

- camelia, probabilmente per la sua appartenenza allo stesso genere della pianta del Tè

- crisantemo, simbolo dell'imperatore

- peonia, simbolo cinese

- loto, fiore di Buddha

 

In generale sono shin gli oggetti fatti dall'uomo in contrapposizione a quelli sō, lasciati naturali e gyō quelli che contengono le due caratteristiche.

 

Dal punto di vista storico sono shin gli oggetti che hanno mantenuto la forma originale, di solito importati dalla Cina e dalla Corea, sō quelli che sono stati trasformati e migliorati nella permanenza giapponese.

Questa classificazione, ai nostri occhi occidentali, è ulteriormente complicata dal fatto che ogni divisione shin, gyō, sō è a sua volta ulteriormente suddivisa in tre sottodivisioni shin, gyō, sō ottenendo in tutto nove possibili categorie, con riferimento alle nove posizioni del Buddha Amida “tre corpi e nove forme”.

1- shin no shin          formale-formale

2- shin no gyō              formale-semi formale

3- shin no sō                    formale-informale

 

4- gyō no shin          semi formale-formale

5- gyō no gyō              semi formale-semi formale

6- gyō no sō                    semi formale-informale

 

7- sō no shin           informale-formale

8- sō no gyō               informale-semi formale

9- sō no sō                    informale-informale

 

 

Nell`ikebana

la codificazione shin, gyō, sō è già presente nel Rikka, attestata dai manoscritti del samurai Hisamori Osawa, datati 1460-1492, ma le sottodivisione sono apparse soprattutto nel periodo Edo per i Seika e Shōka.

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Esempio, utilizzando schemi di Seika:

- categoria shin, formale, con le sue tre sottodivisioni

- composizioni hongatte o di-destra

- la differenza tecnica fra i tre modi risiede nella curvatura degli elementi, tendente al diritto nello stile formale e maggiormente curvo in quello informale e l`apice della curvatura di shu da un lato e la punta di kyaku dall'altro, non devono oltrepassare il bordo del vaso.

 

 

 

 

 

 

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Al giorno d'oggi queste differenziazioni estetiche non vengono più usate e sono rimaste parzialmente solo nella Cerimonia del Tè e in poche altre situazioni nelle arti marziali.

 

 

Cosa è rimasto di tutto questo nell'ikebana della Scuola Ohara?

Molto, anche se le nove differenziazioni non vengono più utilizzate; dallo schema sottostante è evidente come i tre stili principali del Moribana ed Heika derivino ognuno da una delle categorie shin, gyō, sō del Seika :

 

lo Stile Alto deriva da shin, lo Stile Obliquo da gyō e lo Stile Cascata da sō.

 

 

 

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